Capitolo 8: Il Canto del Mare

Il mondo era lo stesso. Eppure, dopo quel crollo, nulla era più riconoscibile. Matteo guardava la città dal suo balcone, vedeva le finestre illuminate, le automobili che scivolavano come lucciole metalliche, e non vedeva più una collezione di esistenze separate. Vedeva un unico, vasto organismo in cui ogni luce, ogni ombra, ogni movimento era inseparabile dal tutto. Era lo stesso sentimento che aveva provato di fronte al senzatetto e al circolo di studiosi della Gita: non divisione, ma un unico campo di energia che si manifestava in forme apparentemente opposte.

La telefonata di Elena lo raggiunse una sera di aprile. La sua voce, filtrata dalla distanza, sembrava diversa: più leggera, ma con una leggerezza che suonava fragile, come di chi ha messo da parte i pesi senza averli veramente conosciuti.

«Matteo, è bellissimo qui. L’ashram è come un’isola di pace. Il maestro parla di distacco, di servizio, di amore universale. Ho conosciuto persone meravigliose, tutte in cammino. Mi sento… protetta.»

Matteo ascoltava. Non sentiva le parole, sentiva il tono. Sotto la “pace”, sentiva il sollievo di aver trovato un nuovo sistema, una nuova identità: quella della cercatrice spirituale in un contesto approvato. Un’altra religione organizzata, seppure con abiti arancioni e incenso di sandalo invece di paramenti dorati e cera.

«Sono contento che tu stia bene, Elena,» disse. La sua voce era calma, senza la punta di ironia o di giudizio che lei forse si aspettava.

«E tu?» chiese lei, dopo una pausa. «Hai… trovato qualcosa?»

Matteo guardò fuori dalla finestra. Come rispondere? Dire “ho perso tutto” sarebbe stato incomprensibile. Dire “ho trovato la verità” sarebbe stato una menzogna, un’appropriazione di qualcosa che non poteva possedere.

«Sto ascoltando,» rispose infine. «Senza sapere cosa ascoltare.»

Il silenzio dall’altro capo del telefono si fece spesso. Quella risposta non rientrava in nessuna categoria che Elena potesse comprendere. Non era ateismo, non era fede, non era scetticismo. Era qualcosa di informe, e quindi minaccioso.

Dopo quel colloquio, Matteo sentì il bisogno di muoversi, di uscire dallo spazio conosciuto. Prese la macchina e guidò senza meta, finché non si ritrovò sulla costa, in un tratto di scogliere deserto. Scese a piedi su una sporgenza di roccia battuta dal vento. Davanti a lui, il mare Mediterraneo si stendeva fino a confondersi con il cielo crepuscolare, un’unica massa cangiante di grigio-blu.

«Ci chiediamo: la verità è nelle religioni, nelle teorie, negli ideali, nelle fedi?»

La domanda non era più intellettuale. Era incarnata nel panorama sconfinato davanti a lui. La verità poteva essere racchiusa nella teologia cattolica, negli otto passi del Buddha, nei Veda? Poteva quel vastità senza nome, quel respiro eterno, essere imbrigliato in un dogma, in una pratica, in un’identità? «Siete musulmani, io sono hindu e qualcun altro è cristiano o buddista. Così ci azzuffiamo e ci facciamo a pezzi. Dov’è la verità in tutto questo?»

Il vento gli sferzava il viso, portando con sé il sapore salmastro del mare e un freddo che penetrava fino all’osso. Lì, solo sulla roccia, non era né cristiano né ateo, né ricco né povero, né marito né scapolo. Era solo questa presenza sensibile, questo punto di consapevolezza immerso nell’immensità. E in quella solitudine assoluta, non c’era isolamento. C’era una libertà vertiginosa. La libertà di non essere nulla di definito. La libertà di essere semplicemente il luogo in cui l’universo prendeva coscienza di sé.

«Virtù significa libertà; solo se c’è libertà si può scoprire la verità.»

La virtù di cui parlava Krishnamurti non era il seguire un codice. Era il coraggio di questa nudità. Il coraggio di essere liberi dalle stesse religioni che promettevano la libertà. Era una virtù senza moralismo, perché non cercava il bene, cercava solo il vero. E il primo passo verso il vero era disfarsi di ogni mappa, di ogni bussola.

Tornato in città pochi giorni dopo, ricevette un’email. Era un invito a una “serata di dialogo interreligioso” organizzata da un centro culturale. Il tema: “Le diverse vie per l’Assoluto”. Sorrise, un sorriso amaro. “Vie” che si presumeva portassero a una “meta”. Ma se l’Assoluto era ovunque, se la verità era qui, ora, nella texture della realtà stessa, che bisogno c’era di una via? Le vie non erano forse modi per posticipare l’arrivo, per perpetuare il viaggio e quindi il viaggiatore?

Andò ugualmente, spinto non dalla curiosità, ma da un bisogno clinico di osservare il fenomeno.

La sala era moderna, accogliente. Sul palco, un tavolo con tre sedie. Un rabbino, un gesuita e un maestro di meditazione vipassana. Il pubblico, forse un centinaio di persone, era attento, rispettoso.

Il dialogo iniziò. Fu un esempio di cortesia e di erudizione. Il rabbino parlò della Shekhinah, la presenza divina che dimora nel mondo. Il gesuita parlò dell’incarnazione, di Dio che si fa prossimo. Il maestro vipassana parlò della natura-di-Buddha presente in tutti gli esseri. Ogni intervento era impeccabile, colto, e sottilmente finalizzato a mostrare come la propria tradizione contenesse, in forma più pura o più completa, l’intuizione fondamentale.

Matteo ascoltava, e sentiva una tristezza profonda. Non per gli oratori, che erano sinceri nel loro ambito. Ma per l’intero paradigma. Stavano usando concetti sublimi per delimitare territori. Stavano prendendo l’infinito e riducendolo a una proprietà della propria tribù spirituale. «Una religione organizzata non è vera in se stessa; è qualcosa di falso, che separa gli esseri umani.»

Durante il turno delle domande, si alzò. Non aveva pianificato di parlare, ma una forza lo spinse.

«Grazie per i vostri interventi,» iniziò, la voce leggermente tremante. «Ho ascoltato parlare della Presenza, dell’Incarnazione, della Natura-di-Buddha. Concetti bellissimi. Ma la mia domanda è: stiamo parlando dell’esperienza diretta di ciò che è, o stiamo parlando di essa? Perché c’è una differenza abissale tra il gusto dell’acqua e la formula chimica H₂O. Una nutre, l’altra descrive. Non rischia di accadere che, organizzandoci in religioni, passiamo la vita a scambiarci formule, dimenticando di bere?»

Un silenzio scese nella sala. I tre relatori si scambiarono un’occhiata. Fu il gesuita a rispondere, con pazienza: «Caro amico, le tradizioni sono come fiumi che portano l’acqua. Ci indicano la fonte, ci insegnano a bere.»

«Ma se la fonte è qui,» replicò Matteo, indicando il proprio petto e poi la stanza, «e l’acqua è questo stesso istante, non rischiamo che il fiume, con le sue rive ben definite, ci distolga dal fatto che siamo già immersi nell’oceano?»

Non c’era antagonismo nella sua voce, solo una genuina, bruciante perplessità. La risposta che ottenne fu un’altra citazione colta, un altro incasellamento del suo dubbio in una categoria teologica nota: “la via del negatore”, “la tentazione del quietismo”.

Si sedette. Non era deluso. Aveva avuto la conferma di ciò che sospettava: le organizzazioni religiose, per quanto illuminate, devono perpetuare se stesse. Devono difendere il loro linguaggio, i loro confini, la loro autorità. Devono trasformare il mistero vivente in un patrimonio da trasmettere. In quel processo, inevitabilmente, il mistero muore, ucciso dalla spiegazione.

Uscì dalla sala prima della fine. L’aria della notte era fresca. Camminando per le vie deserte, gli tornò in mente l’ultima parte del passo di Krishnamurti. L’idea dei piccoli gruppi informali, senza quote, senza dottrine, che si incontrano per “discutere con dolcezza su come accostarsi alla realtà”. Non per insegnare, ma per indagare insieme. Dove ogni membro è libero di andare e venire, di non appartenere.

Forse quello era l’unico modo. Non un’organizzazione, ma un organismo vivente di ricerca. Senza leader, senza testi sacri, senza la pretesa di possedere la verità. Solo un piccolo cerchio di esseri umani, abbastanza coraggiosi da mettere tutto in discussione, a cominciare dalle proprie conclusioni.

Qualche settimana dopo, Matteo fece una cosa semplice. Scrisse un messaggio in un forum online che frequentava, dedicato a temi filosofici. Non propose una dottrina. Propose una domanda: «C’è qualcuno interessato a incontrarsi, senza etichette, per esplorare insieme ciò che significa essere vivi, qui e ora, al di là di ogni credo?»

La risposta fu minima. Due persone. Una donna psicologa in pensione, un ragazzo studente di fisica. Si incontrarono in un bar modesto. Non c’era un’agenda. Matteo iniziò semplicemente dicendo: «Io non so nulla. Voi?»

Non nacque una scuola. Nacque un dialogo. Timido, incerto, a volte imbarazzato. Parlavano della paura, del tempo, della percezione del corpo, della natura del pensiero. Senza cercare risposte definitive. Senza citare maestri, se non per confutarne l’autorità. A volte restavano in silenzio, e quel silenzio condiviso era più eloquente di mille parole.

Era un inizio dal basso. Un germoglio fragile in un mondo di istituzioni millenarie e di certezze granitiche. Ma per Matteo, era l’unica cosa che aveva il sapore del vero. Perché non prometteva nulla. Non offriva salvezza. Offriva solo la compagnia di altri che avevano il coraggio di non sapere, di non appartenere, di camminare senza una mappa.

Una sera, dopo uno di questi incontri, tornando a casa a piedi sotto la pioggia fine, Matteo capì il paradosso finale.

La ricerca della verità era un atto solitario, come stare sulla scogliera di fronte al mare. Ma la solitudine non era incomunicabilità. Una volta che hai assaggiato quella libertà, puoi incontrarti con altri che l’hanno assaggiata, non per creare un nuovo credo, ma per riconoscere insieme il sapore dell’ignoto. Non per salire in alto, ma per radicarsi più profondamente nel basso, nell’ordinario, nel fragile istante condiviso.

Le gocce di pioggia gli scendevano lungo il viso. Non erano più un fastidio. Erano la realtà che si manifestava, fresca, impersonale, meravigliosa. Non aveva più bisogno di cercare Dio nelle religioni. Dio, o come lo si volesse chiamare, era il suono della pioggia sul marciapiede, il battito del cuore, lo spazio silenzioso tra un pensiero e l’altro. Era l’intero movimento della vita, visto senza il filtro di un nome.

E per la prima volta, in quel camminare sotto la pioggia, non c’era differenza tra il cercatore e il trovato. C’era solo il camminare. E in quello, forse, risiedeva l’inizio e la fine di ogni religione che valesse la pena di essere vissuta.

dic/13

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