La favola del poverino Signor Potente
C’era una volta, in un paesello lontano circondato da colline verdi e fiumi tranquilli, un uomo chiamato Signor Potente. Il suo castello stava sulla collina più alta e, da lassù, vedeva tutto: l’esercito che marciava all’occorrenza, le ricchezze che arrivavano nelle sue stanze, le porte del palazzo dove si prendevano le decisioni, i giudici che firmavano le sentenze e perfino la grande antenna che portava le notizie in ogni casa del villaggio.
Signor Potente amava la sua potenza come un re ama la corona. Ogni mattina controllava i fili che tenevano insieme il suo dominio: uno per la forza, uno per i soldi, uno per le leggi, uno per le parole che uscivano nei giornali. Tutto andava come voleva lui — eppure, ogni tanto, quando scendeva nella piazza per passeggiare, si sentiva strano dentro.
Un giorno, mentre passava vicino al mercato, un contadino lo salutò con la testa china. “Buongiorno, Signore”, disse timidamente. Ma il vento strappò la sua parola e qualcuno mormorò: “Guarda là, il gran signore sembra triste. Forse lo hanno offeso.” In men che non si dica, la voce girò e la piazza si riempì di sospiri. I giornali del giorno dopo titolarono: “Il nostro protettore offeso da ignoti — chi è il colpevole?” E i giudici, preoccupati dell’ordine, promisero che avrebbero indagato.
E così, senza che alcuno avesse fatto davvero qualcosa, Signor Potente si ritrovò descritto come una vittima.
Ma perché un uomo che aveva tutto, che poteva muovere eserciti e scrivere leggi, sceglieva di apparire come qualcuno a cui era stata fatta un’offesa? I bambini del villaggio si posarono sullo scalino della chiesa e chiesero a Nonna Saggia, che conosceva molte storie.
“Succede”, disse Nonna Saggia, “che la potenza ha più facce. A volte chi comanda si sente forte come una quercia — ma le radici non si vedono. E le radici, che tengono stretta la terra, temono la tempesta. Fingere la vittima è come tirare una coperta sul volto per vedere chi si avvicina.”
Allora spiegò loro con parole semplici.
“Primo: chi è potente può usare la vittima per distrarre. Se tutti parlano di un torto subito, nessuno guarda le cose che ha fatto. È una nuvola che nasconde il cielo.”
“Secondo: la compassione è magica. Quando la gente prova pietà, abbassa la guardia. Così il potente conquista la simpatia e la fiducia senza mostrare le proprie ombre.”
“Terzo: chi è debole spesso ha poche armi. Loro hanno paura, rabbia, o l’odio come fuoco domestico. Se il potente si prende anche la faccia da offeso, toglie ai deboli il racconto in cui potevano trovare forza. Chi soffre perde la sua parola se chi comanda finge di soffrire di più.”
I bambini sentirono freddo al pensiero: “Vuol dire — continuò uno di loro — che prende anche l’odio? Gli lascia senza niente?”
“Talvolta”, annuì Nonna Saggia. “Perché il racconto conta. Se tu sei l’unico che può dire ‘sono stato ferito’, allora ogni protesta diventa sospetta. E chi protesta perde il favore degli altri.”
Ma Nonna non finì lì. Raccontò anche la parte che pochi avevano visto: “C’è un’altra ragione — più piccola e più triste. Anche chi comanda può avere paura. Paura di perdere, paura di non essere amato. Fingere la vittima è un modo per chiamare affetto. Non è grandezza: è una ferita che non vuole essere guardata.”
Nel villaggio si accesero due fuochi. Alcuni, convinti, applaudirono Signor Potente e gli portarono dolci. Altri, che avevano perso raccolti e figlioli, cominciarono a sussurrare fra di loro e a guardare con sospetto i giornali che prima consideravano verità sacra.
Col tempo, la finta vittima non riuscì a coprire tutto. Le contraddizioni emersero come crepe nel vecchio muro: i soldati che tornavano a mani vuote, le case senza riparazione, i processi che dimenticavano prove importanti. La gente iniziò a chiedersi: chi è il vero ferito qui?
La morale della favola, disse Nonna Saggia, è questa: “La potenza che ha bisogno di fingere la vittima per restare forte sta già perdendo la sua vera forza. Chi è davvero grande non ruba il dolore al piccolo, né usa la pietà come scudo. La vera potenza è quella che ascolta, che risponde, che non teme la verità.”
E nel paesello, fra colline e fiumi, qualcuno cominciò a capire che il coraggio non è togliere armi a chi è debole, ma restituire parole e giustizia a chi le aveva perse.