Capitolo 6: La Supplica del Silenzio

L’inverno era arrivato, portando con sé un freddo tagliente e un cielo di piombo che sembrava riflettere il peso che Matteo portava dentro. La trasformazione non produceva leggerezza. Produceva una densità nuova, come se ogni strato dell’essere che veniva rimosso rivelasse una gravità più profonda, più essenziale.

Elena era partita per l’India. Senza discussioni accese, ma con un accordo silenzioso e teso. Lei aveva bisogno di «chiarire», lui non aveva cercato di trattenerla. La casa, ora, era un guscio vuoto che amplificava ogni rumore: il ticchettio della pioggia sul terrazzo, il ronzio del frigorifero, il battito del suo stesso cuore.

Una sera, dopo una giornata di lavoro passata a navigare in una strana, nuova indifferenza verso i giochi di potere d’ufficio, si ritrovò in ginocchio.

Non era una decisione. Fu il corpo che cedde, piegandosi come sotto un peso invisibile. Si trovò con le palme appoggiate al pavimento di legno del soggiorno, la fronte quasi a toccare le assi. Un’ondata di un’angoscia primordiale, non legata a un evento specifico, lo sommerse. Non era la paura di aver sbagliato, non era il rimpianto per la vita comoda. Era qualcosa di più antico: la nuda, terribile percezione di essere un bisogno ambulante. Un’entità fatta di mancanza, che si protendeva verso il mondo in una continua, muta supplica.

E dalla gola gli salì un suono, un gemito strozzato. E poi parole, frammentarie, incoerenti: «Per favore… per favore…»

Stava pregando.

Il vecchio Matteo avrebbe recitato una preghiera strutturata, forse in sanscrito, forse in latino. Avrebbe seguito un rituale, si sarebbe rivolto a un nome: Dio, Cristo, Krishna. Avrebbe saputo cosa chiedere: pace, forza, comprensione.

Questo Matteo non sapeva nulla. Non sapeva a chi si stesse rivolgendo. Non sapeva cosa chiedere. La supplica era pura, informe, come il pianto di un neonato. Era il bisogno stesso che si faceceva suono. «Aiuto». Ma aiuto per cosa? «Pace». Ma quale pace? «Basta». Ma basta cosa?

E in quel caos verbale, improvvisamente, la mente si fermò. Stupita da se stessa. Si osservò mentre supplicava. E vide il meccanismo in tutta la sua desolazione.

«Noi pretendiamo, supplichiamo, preghiamo solo quando siamo confusi, solo quando soffriamo; e siccome non comprendiamo la nostra confusione, il nostro dolore, ci rivolgiamo a qualcun altro.»

Chi era questo qualcun altro? Un Dio fuori? Un principio cosmico? Un’idea di salvezza? Era solo l’altra faccia di se stesso, proiettata fuori per poterla implorare. Stava chiedendo a un’immagine della sua stessa mente di salvarlo dalla sua stessa mente.

Si rialzò, le ginocchia indolenzite. La stanza era la stessa. L’angoscia, anche. Ma qualcosa era cambiato. La preghiera non era stata esaudita. Era stata smascherata.

Nei giorni seguenti, cominciò a osservare le preghiere degli altri con una percezione chirurgica. Vide la collega che si toccava un ciondolo a forma di croce prima di una presentazione importante, gli occhi chiusi in una concentrazione di paura mascherata da fede. Vide il suo vicino di casa, un uomo gentile, recitare il rosario ogni sera in giardino, le labbra che si muovevano veloci, un’espressione di stanco abbandono sul volto. Non vide devozione. Vide un tentativo di negoziare. Un contratto con l’invisibile: «Io recito queste parole, tu mi dai sicurezza, mi proteggi dalla morte, dal fallimento, dalla solitudine.»

E vide se stesso, per anni. La sua «meditazione» non era stata forse una forma di preghiera sofisticata? Un tentativo di calmare la mente ripetendo un mantra, di ottenere uno stato di «pace» attraverso una tecnica? «La mente che si sforza di essere calma non lo è affatto.» Aveva forzato il bambino interiore a stare in un angolo, e si era illuso che fosse buono.

Una notte, insonne, accese il computer. Cercò, quasi ossessivamente, testimonianze di «preghiere esaudite». Ne trovò a migliaia: guarigioni miracolose, lavori trovati, amori ritrovati. Leggeva le storie e non vedeva la mano di Dio. Vedeva il potere schiacciante del desiderio umano che, quando diventa assoluto, modifica la realtà. Ma modificarla a quale prezzo? «Quando preghiamo per chiedere qualcosa, ci stiamo mettendo in contatto con questo serbatoio in cui si sono accumulate negatività d’ogni genere… ne dovremo pagare il prezzo.» Il prezzo era la dipendenza. L’affermazione che la salvezza viene da fuori. La perpetuazione dell’io che supplica, che ottiene, che ringrazia, e che domani dovrà supplicare ancora, perché il bisogno è la sua stessa sostanza.

La vera domanda si impiantò in lui, come una spina: «Ma cos’hanno a che fare con la realizzazione della realtà suprema?»

Niente. Assolutamente niente.

La preghiera come richiesta era un circuito chiuso. Un dialogo dell’io con le sue stesse proiezioni. Anche la più nobile delle suppliche – «Mostrami la Verità!» – non era che l’ultimo, sottile stratagemma dell’ego per perpetuarsi, per ottenere l’esperienza suprema, per possedere Dio.

Capì allora perché tutte le tecniche di meditazione che aveva provato alla fine lo lasciavano vuoto. Perché il silenzio che otteneva era una forzatura, un silenzio di superficie sotto cui il fiume sotterraneo della confusione continuava a scorrere. Stava usando una disciplina per calmare la mente, e una mente disciplinata non è una mente libera. È una mente imprigionata in un altro schema, più nobile, più sottile, ma sempre uno schema.

La svolta arrivò nella forma più banale: un mal di testa.

Un’emicrania lancinante, che gli serrava le tempie in una morsa di ferro. Il vecchio Matteo avrebbe preso una pillola, si sarebbe sdraiato al buio, forse avrebbe provato a «visualizzare la luce che scioglie il dolore», una tecnica che aveva imparato da un libro. Una preghiera per la guarigione.

Questo Matteo, straziato dal dolore, si sdraiò sul letto. Ma invece di combatterlo, di respingerlo, di supplicare che finisse, fece l’unica cosa che gli restava: vi si immerse. Non con rassegnazione, ma con un’attenzione feroce, impersonale.

Osservò il dolore. Non come «il mio dolore», ma come un fenomeno. Una vibrazione, una pressione, un’onda di sensazioni crude. Osservò l’impulso a contrarsi, a lamentarsi, a desiderare che finisse. Osservò quel desiderio stesso come un altro fatto, un’altra corrente nel fiume della coscienza.

E accadde qualcosa di strano. Il dolore non scomparve. Forse si intensificò. Ma la relazione con esso cambiò radicalmente. Non c’era più un «io» che soffriva e un «dolore» che tormentava. C’era un unico campo di esperienza, vivido, tremendo, ma intero. Non frammentato tra sofferente e sofferenza.

E in quella totalità, senza che lui chiedesse nulla, senza alcuna supplica, la mente – la sua intera coscienza – divenne incredibilmente, naturalmente calma.

Non una calma ottenuta, conquistata. Una calma che era. Come lo è l’occhio di un ciclone. Il dolore vi turbinava attorno, ma al centro c’era uno spazio di silenzio incontaminato, che non era prodotto dalla mente, ma che permettava alla mente di esistere. Era una calma che non ammetteva forzature perché era antecedente a ogni sforzo.

Il mal di testa passò dopo un’ora. Il silenzio rimase.

Matteo si alzò, andò in cucina, bevve un bicchiere d’acqua. Ogni gesto era semplice, pulito. Non c’era un «io» che beveva. C’era il bere. C’era la freschezza dell’acqua. C’era il suono del bicchiere sul piano.

Capì allora, non con il pensiero, ma con la totalità del suo essere, ciò che Krishnamurti intendeva.

La vera «preghiera» – se si poteva ancora chiamarla così – non era una richiesta. Era lo stato di non-richiesta. Era la totale dissoluzione del soggetto che supplica. Era l’essere così completamente e senza difese in contatto con «ciò che è» – che fosse dolore, gioia, confusione, o il suono della pioggia – da non esserci più separazione alcuna da cui poter chiedere qualcosa.

In quello stato, non c’è un «tu» che prega e un «Dio» che ascolta. C’è solo realtà. Non realizzata, ma essendo. Non un’esperienza, ma l’esperienza di non avere un esperiente.

La preghiera come supplica era la voce della frammentazione. Il silenzio totale, non indotto, era l’essere della non-frammentazione.

Da quella notte, Matteo smise di «cercare». Smise anche di «non cercare» come un nuovo programma. Semplicemente, viveva. Lavorava. Camminava. Ascoltava. E quando sorgeva la confusione, la paura, il desiderio – come continuavano a fare – non pregava più. Li osservava. Li osservava con quella stessa attenzione impersonale con cui aveva osservato il mal di testa. Lasciando che la loro energia si esaurisse senza alimentarla con la richiesta di essere salvato da essi.

Era una vita spoglia. Senza le consolazioni della preghiera, senza la promessa di un’intercessione divina. A volte era terribilmente desolata.

Ma in quella desolazione, non cerchiata, non pregata, cominciò a germogliare qualcosa di assolutamente nuovo. Non una risposta. Ma una presenza che non rispondeva, perché non c’era domanda a cui rispondere. Era come una luce che non brillava su nessun oggetto, ma che era luce, permettendo a ogni cosa di essere pienamente, crudelmente, meravigliosamente se stessa.

Comprese, infine, il paradosso più profondo: la porta verso l’infinito non si apriva con le chiavi della supplica. Si apriva quando si smetteva del tutto di cercare la porta, e ci si rendeva conto che non si era mai stati in una stanza chiusa. Si era sempre stati all’aperto. Nel vasto, impersonale, impietoso e sacro spazio del reale.

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