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Io, l’osservatore che crea il Mondo osservato

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Sono entrato nella sala d’attesa dello studio dentistico.
Un saluto generico, che in definitiva si risolve in un mugugno tra me e me stesso, e poi uno sguardo d’insieme per capire se c’è una sedia libera. So già che dovrò aspettare almeno mezz’ora.

Mi basta un’occhiata per capire che oggi riceve la dottoressa ortodonzista: la sala è piena di ragazzini. Tutti carini, tutti ben vestiti, tutti — o quasi — da soli. Senza quegli ingombranti genitori che, con la loro presenza, finiscono per mortificare l’essenza di individuo ormai “grande”.

Non è come quando io accompagnavo mia figlia: sedevo accanto a lei, la rassicuravo, l’assistevo durante la visita.
Eh no. Ora i ragazzi sono tutti grandi. E i vecchi… siamo diventati bambini.

Più tardi, uscendo, noto le auto parcheggiate qua e là, con il guidatore in attesa. Gli impresentabili e imbarazzanti genitori aspettano fuori i loro “grandi bambini”, che hanno ancora bisogno del passaggio in macchina.

Mi siedo. Guardo la punta delle scarpe.
La sala è molto diversa dall’ultima volta che ci sono venuto. È una costante. Ho fatto un rapido conto: frequento questa sala dal 1996. Sono quasi trent’anni.

Trent’anni sono una vita. O forse anche di più.

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Se dovessi ricordare tutti i cambiamenti che ha subito questo posto non ci riuscirei. Ci fu persino un periodo in cui il dentista mi propose di aprire uno studio di informatica in una stanza libera. Mi diede le chiavi. Facevo manutenzione ai computer. Un’altra vita, un altro tempo.

Continuo a guardare per terra. Qualcuno esce, qualcuno entra. A poco a poco la sala si svuota. Alla mia destra intravedo tre persone: una ragazzina, un ragazzo e un signore un po’ più grande. Non guardo nessuno in viso.

La mente vaga.
Penso alla fisica quantistica.

Quando studiavo, al liceo e poi all’università, la fisica era quella classica: cinematica, la solita traiettoria del proiettile, poi dinamica, statica, qualche incursione in ottica, acustica, termodinamica.
Una fisica che vedi, tocchi, misuri. Che ascolti.

La fisica quantistica no.
La fisica quantistica è filosofia.

Se non l’avessi studiata come un dovere, forse me ne sarei innamorato. Come si fa con le passioni vere.

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Accanto a me ci sono ancora tre persone sedute. Ora entra un signore anziano che io ricordo da bambino: era il fratellino di un mio compagno di scuola. Il paradosso dell’età e del tempo. Non ricordo più il volto del mio compagno delle elementari, ma ricordo perfettamente quello di suo fratello più piccolo, che evidentemente ho incontrato più spesso nella vita.

Quelle tre persone non le conosco. Vivono nei dintorni, sono pazienti del mio dentista. Non so chi siano, non conosco i loro nomi, i loro genitori, le loro storie. Potrei conoscerli, forse. Ma non li guardo volutamente.

Appartengono a una distribuzione probabilistica.
A quella che, in fisica quantistica, si chiama funzione d’onda.

Possono essere chiunque: cittadini della mia città, delle borgate vicine, turisti che hanno scelto di vivere qui. Tre elementi qualsiasi estratti dall’insieme delle persone giovani che abitano questo luogo. Io so solo questo. E per ora mi basta.

Suona il campanello. Entra una giovane signora con un bambino piccolo. Il ragazzo più grande la saluta:
«Ciao, Luigi».
Lei risponde.

Ecco.
Nella mia funzione d’onda, uno degli elementi si è appena ristretto: ora so che uno di loro si chiama Luigi. Potrei restringere ulteriormente il campo a tutti i Luigi che vivono qui. Ma per il resto continuo a non sapere nulla.

Potrei girarmi. Non l’ho fatto.
Potrei guardare la ragazzina seduta più vicino a me, memorizzarne il volto, chiederle come si chiama, chi sono i suoi genitori, capire se li conosco. In una piccola città è quasi inevitabile.

Non l’ho fatto.

Se lo facessi, diventerei Osservatore.
Prenderei informazioni su un individuo fino a quel momento anonimo, probabilistico, parte di un insieme indistinto. Lo isolerei. Lo misurerei. Lo conoscerei.

Sarebbe il collasso della funzione d’onda.

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Quella cosa stranissima che in fisica quantistica permette a un elettrone libero di smettere di essere ovunque e diventare qualcosa di preciso, localizzato, definito.

Conoscendo quella ragazzina, memorizzandone volto e nome, la trasformerei da “una qualunque” in una persona che riconoscerò. Che saluterò. Che farà parte del mio universo quotidiano.

È esattamente ciò che accade a una particella quando viene osservata.

Io, l’Osservatore, misurando posizione e velocità, costringo l’elettrone ad abbandonare lo stato di possibilità infinite per diventare qualcosa di reale, unico, definito.

Ed è quello che accade anche alle persone.

Viviamo immersi in flussi: di volti, di auto, di individui anonimi. File al semaforo, corsie opposte, sale d’attesa. Esistenze probabilistiche che scorrono accanto alla nostra senza mai diventare qualcuno.

Fino a quando qualcosa accade.
Un incontro. Una parola. Un incidente. Un modulo CID da compilare.

Solo allora quel flusso collassa.
E qualcuno entra, per sempre, nella nostra vita.

Noi lo chiamiamo semplicemente vivere.

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