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Una mente mediocre








Il Primo Strappo

Il disagio, per Matteo, non si presentò come un’epifania drammatica. Non ci furono lampi o terremoti interiori. Fu invece una lenta, insistente corrosione. Come una goccia che, ripetuta per notti e giorni, comincia a scavare un solco anche nella pietra più levigata.

Tutto iniziò con un’incrinatura nella sua impeccabile cortesia.

Era in riunione, e il direttore generale, in videochiamata, stava illustrando con sicumera il nuovo piano di “efficientamento”. Una parola che Matteo aveva sempre accettato come inevitabile, progressiva. Ma quella mattina, mentre l’uomo parlava di “sinergie”, “tagli strategici” e “risorse umane da reindirizzare”, una frase di Krishnamurti, letta la sera prima quasi per caso, gli ronzò nella testa: «Una delle caratteristiche di una mente mediocre non è quella di avere sempre paura?»

Guardò il volto sul monitor. Vide non l’autorità competente, ma la tensione attorno alla bocca, la leggera rigidità delle spalle. Vide, per la prima volta, la paura dietro la maschera del controllo. E in quell’istante, sentì con una chiarezza fisica, quasi nauseante, che quella paura era anche la sua. La paura di dissentire, di perdere la stima, di uscire dal gregge degli uomini rispettabili. Il suo consenso, il suo cenno di approvazione, non era saggezza. Era adesione a una struttura per paura del caos.

Non disse nulla in riunione. Ma quando Sergio, il collega scettico, borbottò dopo la chiamata: “Un altro giro di vite, eh. E chi lo ferma?”, Matteo, invece di ammiccare o di citare una ragionevole giustificazione aziendale, rimase in silenzio. Poi, con voce che gli parve strana, disse: “Forse non c’è nulla da fermare. Forse siamo noi che lo teniamo in piedi, quel giro di vite.” Sergio lo fissò, stupito, poi scrollò le spalle con un’alzata di sopracciglia. Quel silenzio di Matteo, quella mancanza di una citazione rassicurante, aveva creato un vuoto imbarazzante.

La sera, invece di accendere la televisione o di aprire il saggio di filosofia, rimase seduto in giardino. Il buio era tiepido. Cercò, come per abitudine, un pensiero che gli tenesse compagnia. Cercò di ricordare un passo della Gita che parlasse della serenità nel dovere. Ma le parole gli arrivavano come vuote, come involucri privati di senso. Era come se si fosse staccato il contatto tra la citazione e la sua esperienza diretta.

«Pretendere di scegliere tra influenze diverse è una caratteristica della mente mediocre.»

La frase gli tornò alla mente. È ciò che aveva sempre fatto: scegliere tra l’influenza del direttore e quella del guru, tra il giudizio dei colleghi e quello della tradizione. Ma era sempre una scelta tra gabbie diverse. Una ribellione che si limitava a cambiare le sbarre.

Fu in quell’attimo di stanchezza, di abbandono della ricerca di un’influenza cui aggrapparsi, che accadde. Un cane abbaiò in lontananza. Il suono, netto e solo, gli trafisse l’aria. E lui, semplicemente, lo sentì. Non pensò “è un cane che abbaia”, non lo associò a ricordi di altre sere, non lo giudicò fastidioso o nostalgico. Per un attimo brevissimo, frazionario, ci fu solo il suono. Puro, incontaminato da nessuna parola, da nessuna paura, da nessun desiderio di interpretazione.

E in quell’attimo, percepì qualcosa di totalmente nuovo: uno spazio di silenzio dentro di sé che non era vuoto, ma vibrante. Non era assenza, ma presenza. Non era sua. Non aveva nome.

Fu un’esperienza folgorante e subito svanita. Tornò immediatamente la mente di sempre, pronta a classificare, a chiedersi “che cosa è stato?”, a volerlo ripetere, a trasformarlo in un’esperienza spirituale da raccontare o da inseguire. Ma aveva lasciato un segno. Una fessura.

Qualche giorno dopo, sua moglie Elena gli chiese, come al solito, un parere sulla tappezzeria nuova per la camera degli ospiti. Gli mostrò due campioni. Matteo li guardò. Per anni avrebbe scelto in base a cosa fosse più “appropriato”, a cosa suggerissero le riviste, a cosa piacesse di più a lei per mantenerla serena.

Quella volta guardò i colori. Veramente li guardò. Il beige era caldo, un po’ spento. Il blu grigiastro era profondo, ma freddo.
“Mi piace il beige,” disse Elena.
Lui continuò a guardare. Sentiva il peso dell’abitudine, la paura di una piccola dissonanza. Poi disse, senza pensare a una giustificazione: “A me il blu dà più respiro.”
Elena lo fissò. Non era una risposta da Matteo. Era una risposta sua.
“Ma… è un po’ freddo, no?”
“Forse,” ammise lui. “Ma in questo momento lo sento così.”
Non insistette. Non cercò di convincerla. Semplicemente, aveva espresso una percezione immediata, non mediata da nulla e da nessuno. Era un fatto minuscolo, insignificante. Ma per Matteo fu un atto di ribellione più profondo di qualsiasi protesta. Era il rifiuto di essere plasmato, anche dall’armonia domestica.

La sera, non riusciva a leggere. Le parole dei libri gli sembravano morte. Prese un foglio bianco. Non per scrivere pensieri saggi, ma per provare a disegnare. Non sapeva disegnare. Non aveva mai osato. La mano tremava lievemente. Non disegnò un oggetto. Lasciò che la matita seguisse un impulso, una curva, un tratteggio disordinato. Il risultato era informe, brutto. Ma mentre lo faceva, per pochi minuti, non ci fu paura. Non ci fu il desiderio di essere un artista, né il timore di essere giudicato. Ci fu solo il fruscio della grafite sulla carta, il movimento del polso, una strana, muta attenzione.

Alla fine, guardò lo schizzo. Non era “arte”. Non era niente. Ma in quel niente, per la prima volta, non c’era mediocrità. C’era stato un gesto che non portava il nome di Matteo, né di nessun altro. Un gesto creativo proprio perché non doveva dimostrare, piacere, o adeguarsi.

Stracciò il foglio. Non perché fosse brutto, ma perché non voleva farne un trofeo, una prova della sua “nuova creatività”. Gettò i pezzi nel cestino.

Poi rimase a guardare il vuoto delle sue mani. Non erano le mani di un uomo rispettabile. Erano, semplicemente, mani. E in quel semplice esserci, senza scopo, cominciava per lui una lunga, sconosciuta avventura. La paura era ancora lì, massiccia. Ma ora sapeva, senza poterselo spiegare a parole, che esisteva anche qualcos’altro. Qualcosa di integro. E che per accedervi, avrebbe dovuto imparare a camminare da solo, nella vibrazione del silenzio.

dic/7

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