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Una persona rispettabile

Il Risveglio di Matteo






La sveglia suonò alle sette in punto, come ogni giorno. Matteo abbassò il braccio con gesto preciso, senza aprire gli occhi. Il movimento era così radicato da non richiedere pensiero. Si alzò, andò in bagno, si guardò allo specchio. Il volto che gli rimandava era quello di un uomo di quarantacinque anni, ben curato, con i segni di una vita ordinata. Si rasò con attenzione, usando la crema dopobarba al sandalo che sua moglie Elena gli aveva regalato per Natale. “Ti dona,” gli aveva detto. Lui l’aveva apprezzata, e ora ne apprezzava il profumo, che lo faceva sentire un uomo di buon gusto.

Scese per la colazione. Sul tavolo, accanto alla tazza di tè verde (il medico aveva detto che faceva bene), c’era il giornale del mattino. Lo aprì alla pagina degli editoriali. Lesse l’analisi di un noto commentatore politico sul recente dibattito parlamentare. Annuì fra sé e sé. “Sagge osservazioni,” pensò. Condivise mentalmente le conclusioni, che confermavano ciò che già credeva. A colazione, scambiò due parole con Elena sulle imminenti parentesi da acquistare per il salotto. Lei propose uno stile minimalista, lui acconsentì, ricordando un articolo di architettura d’interni che lodava quella tendenza. “Sì, sarà la scelta giusta,” disse.

In ufficio, il suo ruolo di dirigente di medio livello gli imponeva una serie di riunioni. Ascoltò i pareri dei suoi collaboratori, ma il suo giudizio si formò solo dopo aver sentito l’opinione del direttore generale, in teleconferenza da Milano. Quando il direttore espose la sua visione, Matteo trovò che fosse la più logica e pragmatica. La fece sua, esponendola al team con convinzione, citando anche alcune frasi del direttore. Ricevette cenni di approvazione. Si sentì solido, parte di una struttura che funzionava.

A pranzo con due colleghi, la conversazione cadde sul tema della felicità. Uno di loro, Paolo, parlò di un ritiro di yoga a cui si era iscritto. “Dicono che cambi la prospettiva,” affermò. L’altro, Sergio, scherzò su certe “fissazioni new age”. Matteo, dopo aver ascoltato entrambi, sorseggiò il suo acqua e limone. “Io,” disse infine, con un tono misurato, “trovo grande conforto negli insegnamenti classici. Sto rileggendo alcuni passi della Bhagavad Gita. C’è una saggezza senza tempo, lì.” Disse questo sapendo che Paolo avrebbe apprezzato il riferimento spirituale e Sergio quello alla tradizione. Entrambi annuirono. Il pranzo procedette piacevole, in armonia.

Nel pomeriggio, rispose a una mail di un amico che gli chiedeva consiglio su un problema etico legato al lavoro. Matteo impiegò venti minuti a redigere la risposta. Non scrisse subito ciò che sentiva. Rileggeva, cancellava, riscriveva. Alla fine, il messaggio era equilibrato, citava implicitamente un principio che ricordava da un sermone ascoltato anni prima e che sembrava adatto alla situazione. L’amico rispose: “Grazie, Matteo. Sai sempre cosa dire. Sei una persona saggia.” Lui sorrise, soddisfatto. La sua saggezza era riconosciuta.

Tornato a casa, dopo cena, Elena uscì per un incontro del suo club di lettura. Matteo rimase solo. Il salotto, ordinato, illuminato dalla luce calda di un lampadario di design, era silenzioso. Si sedette sulla poltrona, quella che l’architetto aveva definito “il fulcro dell’ambiente”. Prese un libro dalla libreria. Era un saggio di filosofia. Lo aprì a una pagina segnata, ma le parole scivolarono via dai suoi occhi senza penetrare.

Il silenzio cominciò a crescergli intorno, e dentro. Non c’era più la radio dell’ufficio, le voci dei colleghi, il brusio rassicurante del mondo esterno che gli rimandava continuamente un’immagine di sé: Matteo, l’uomo rispettabile, colto, equilibrato, saggio.

Ora c’era solo il ticchettio dell’orologio a muro e un vasto, inquietante spazio vuoto al centro del petto.

Provò un impulso improvviso. Accese la televisione. Un talk show urlante riempì immediatamente la stanza di parole, di opinioni contrastanti, di volti animati. Si abbandonò contro lo schienale, lasciando che quel fiume di suono lo traversasse. Il presentatore citava uno studio, un ospite urlava la sua verità, un altro interrompeva con una battuta preconfezionata. Matteo guardava senza vedere, ascoltava senza sentire.

Ma il rumore, per quanto forte, non riusciva a colmare quel vuoto. Anzi, lo delimitava con crudele precisione, come un confine netto tra il frastuono esterno e il silenzio interno. Una domanda gli affiorò, informe, minacciosa: “E io? Cosa penso io, quando nessuno mi dice cosa pensare? Cosa sento, quando nessun profumo, nessuna citazione, nessuna approvazione mi dice cosa sentire?”

La domanda era così acuta, così sconvolgente nella sua semplicità, che lui la respinse immediatamente. Si alzò, cambiò canale. Trovò un documentario sulla vita di un grande maestro spirituale. La voce calda del narratore parlava di illuminazione, di verità ultima. Matteo fissò lo schermo, aggrappandosi alle parole come a una fune. Sentì un temporaneo, falso senso di pace. Sì, ecco, la risposta era lì, nelle parole di quel maestro, nella tradizione che rappresentava.

Spense il televisore solo quando sentì la chiave di Elena nella serratura. Andò ad accoglierla, le chiese com’era andato l’incontro. Lei gli raccontò, e lui ascoltò, commentando con frasi gentili e appropriate. Salirono a letto. Prima di spegnere la luce, Elena gli diede un bacio sulla guancia. “Sei il mio uomo,” sussurrò.

Matteo le sorrise nel buio. “Il mio uomo.” L’etichetta era rassicurante. Era un marito, un dirigente, un lettore di testi sacri, un uomo di opinioni condivisibili. Era un mosaico perfetto, composto da tessere prese da giornali, maestri, colleghi, tendenze, moglie.

Si addormentò rapidamente, sfinito dalla giornata. Non sognò nulla. O forse sì, ma i sogni erano solo echi di conversazioni udite, frasi lette, immagini viste altrove.

La sua mente, intera e terribilmente libera, rimaneva da qualche parte, irraggiungibile, in un silenzio che non osava esplorare. E quella era la sua normalità. Una giornata rispettabilissima.

dic/6

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